Emigrazione e coscienza

profughi.jpg“Accogliamo i profughi africani”: è l’appello lanciato proprio ieri dal Pontefice, in occasione della celebrazione della liturgia di Pasqua. L’Italia è da alcuni mesi la speranza o meglio il miraggio di tantissimi uomini e donne, ma anche minori, che rischiano la vita quasi tutti i giorni nell’attraversare il Canale di Sicilia che separa le coste africane da quelle siciliane. La città di Siracusa, essendo geograficamente posizionata quasi all’estremità della penisola, ha visto in passato lo sbarco di numerose persone e il flusso continua anche in questa fase emergenziale, visto che nella notte fra giovedi e venerdi scorsi e, di nuovo, nella notte fra sabato e domenica, quasi 80 fra uomini e donne, sono stati soccorsi e portati a terra, rispettivamente nel porto di Siracusa ed in località Arenella.

Sorprende, all’interno del dramma che queste persone vivono e per il rischio elevatissimo che corrono, la varietà di provenienza, nazionalità, condizioni fisiche, morali che essi testimoniano nella loro odissea. Si tratta di cittadini egiziani e tunisini, perlopiù, ma da qualche giorno a questa parte si comincia a riscontrare la presenza di gente proveniente dagli stati più meridionali, a testimonianza che gli sconvolgimenti dovuti alla guerra civile libica, stanno già avendo ripercussioni evidenti nei nuovi traffici dello sfruttamento dell’emigrazione. Il comune denominatore che rende evidente la portata generazionale di questo evento è sotto i nostri occhi e nulla vale cercare di ingannare la nostra coscienza, prima, e la nostra intelligenza, dopo. Questi uomini e donne, rappresentano infatti, ancora in piccola percentuale fortunatamente, lo status quo delle loro terre di origine, la situazione socio-economica squilibrata fra masse di giovani alla ricerca di sostentamento e deficienza di sbocchi lavorativi. I dati che si possono desumere dalle statistiche pubblicate sui media, ogni giorno, parlano chiaro: in Egitto il 52% della popolazione è al di sotto dei 25 anni, in Marocco, Algeria e Libia 47%, in Tunisia 42%, in Sudan 59% e fino ad arrivare ai sorprendenti dati di Somalia e Yemen con, rispettivamente, il 63 e 65%.

Anche senza fare ricorso alla nostra memoria, piuttosto labile, a dire il vero, e a quella della Storia, che purtroppo tendiamo sempre più a rimuovere, e senza scomodare i doverosi riferimenti ad altre epoche storiche, in cui eravamo noi alla ricerca di un futuro migliore e di un “America” (come alcuni commentatori hanno giustamente evidenziato), non possiamo fingere di non capire o, peggio, convincerci artificiosamente, che non saranno regole e Leggi a cambiare il corso degli eventi. La Storia insegna che i più grandi imperi e le maggiori civiltà espresse dall’umanità, hanno dovuto affrontare situazioni simili o perfino più consistenti e drammatiche. Gli eventi dei cicli storici ed, in particolare, quelli che riguardano i movimenti delle popolazioni non sempre sono congruenti con le determinazioni degli Stati.

Regolamentare e distinguere è certamente necessario. Non addormentare la nostra coscienza, imbrigliandola nella rete dei distinguo fra “migranti”, “profughi”, “extracomunitari” o peggio “clandestini”, correndo così il pericolo di non riuscire più a vedere le “Persone”, è ancora più necessario.

Emigrazione e coscienzaultima modifica: 2011-04-25T06:14:00+02:00da admin
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